Approfondiamo i Dsa: caratteristiche di cui tenere conto per comprenderli (parte I).

I disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) sono delle problematiche di cui sempre più spesso si sente parlare, soprattutto per chi ha figli/e in età scolare, oltre, naturalmente, a chi insegna.

Sono diventati talmente tanto presenti nelle realtà scolastiche e familiari da far arrivare addirittura a pensare che siano in realtà dei falsi problemi o degli aspetti esageratamente evidenziati dai clinici che fanno questo tipo di certificazioni.
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Ci sono poi genitori e/o bambini/e che rifiutano la diagnosi, mentre all’opposto vi sono anche genitori che sperano invece in un esito diagnostico di questo tipo semplicemente per alleggerire il carico che i loro figli/e e loro stessi si trovano a dover sopportare nell’ambito della formazione scolastica anche quando non si rilevano difficoltà che rientrano effettivamente in un caso di Dsa o in altri di tipo clinico.

Dalla legge 170 del 2010 la tutela di ragazzi/e con questo tipo di problemi è divenuta obbligatoria e non facoltativa,  allo stesso tempo si sono sviluppate numerose conoscenze, non sempre fondate scientificamente,  così come molti nuovi strumenti per compensare questo disagio a scuola e a casa, e ovviamente per la diagnosi e il loro trattamento.

In questo vasto panorama, vedremo in questo articolo delle caratteristiche dei Dsa che possono farci capire alcuni aspetti importanti da tenere presenti sia quando vestiamo il ruolo di insegnante sia quando ci approcciamo come genitori. Lo faremo attraverso un caso concreto di una ragazza ora dodicenne che chiameremo Giorgia (nome e altri dati sono fittizi per proteggerne la privacy).

Seconda di tre figli, Giorgia ha un Dsa relativamente sia alla lettura (dislessia) che al calcolo (discalculia), come moltissimi altri bambini/e con lo stesso disturbo, circa il 60%. Questo aspetto per cui due tipi di disturbi coesistono si chiama “comorbilità” e sta a significare semplicemente che sono spesso collegati, che si trovano a coesistere senza che vi siano ragioni, al momento, per pensare che uno sia la causa dell’altro.

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Molto spesso quando due tipi di Dsa coesistono le difficoltà che il/la ragazzo/a incontrerà saranno più dure, non solo a livello emotivo e di difficoltà complessive nella vita scolastica, ma anche a livello di importanza del singolo problema. Ossia le difficoltà specifiche di lettura e di calcolo della ragazza sarebbero meno significative se avesse “solo” la discalculia o “solo” la dislessia.

Ecco un altro termine importante: “specifico”. Parliamo di disturbi specifici dell’apprendimento perché non riguardano il profilo intellettivo generale dei/delle ragazzi/e, sono infatti tutti intelligenti, anzi “devono” esserlo, perché non possono ricevere una diagnosi di Dsa coloro ai quali viene misurato il quoziente intellettivo con test appositi e non ha un punteggio che rientra in quello che circa il 50% dei suoi pari hanno ottenuto allo stesso test. E questo è un altro elemento di difficoltà nel comprendere questo tipo di disturbi soprattutto per i genitori. Esiste infatti lo stereotipo culturale che tutti ci portiamo dentro per cui se una persona è intelligente non può avere un problema a scuola.

Veniamo da una lunga storia di esclusione (in alcuni paesi Europei ancora in atto) di coloro che non rientravano nella “normalità” e quindi frequentavano classi speciali, e questo veniva tradotto, nel linguaggio popolare, come persone non all’altezza, stupide, ritardate. Dunque se mio/a figlio/a o il/la mio/a compagno/a ha un “disturbo” non visibile e che quindi riguarda la sua mente, per cui non riesce a scuola e non dipende dalla sua volontà, è un disturbato, come fa a essere intelligente? È una contraddizione che a volte continua a vivere dentro di noi a dispetto della razionalità o della fiducia con cui possiamo capire quello che ci viene detto.
Questa difficoltà spesso profondamente radicata è all’origine dei tanti rifiuti della diagnosi da parte sia dei/delle bambini/e che dei loro genitori, tenendo conto che un rifiuto si può esprimere anche non facendo nulla per aiutare i/le nostri/e ragazzi/e.

(continua)

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